Mi sono imbattuto in questo articolo scritto da Massimo Calderini, ingegnere, CEO di UmbriaKinetics e già Datore di lavoro in Acciai Speciali Terni (ThyssenKrupp).
Si tratta di una lettera rivolta ai giornalisti che parlano di sicurezza sul lavoro, ma il messaggio ha toccato profondamente anche me, come professionista e come persona.
Nel mio ruolo di RSPP e consulente della sicurezza, mi confronto ogni giorno con clienti, colleghi e team aziendali; frasi come
- Ma cosa vuoi che sia”,
- “Dai, rimandiamo!”,
- “Quando vieni qui, ne hai sempre una nuova”,
- “Ma sei esagerato, le cerchi proprio tutte tu”
sono purtroppo ricorrenti.
Capita, dopo un sopralluogo, di sentirsi scoraggiati di fronte a impegni non mantenuti, procedure ignorate, richieste rimandate al prossimo “giro”. A volte penso anche io: “Vabbè tanto non è un mio problema”. E, sì, ogni tanto viene la tentazione di mollare.
Ma lavorare insieme per la sicurezza non è solo un obbligo di legge: è un valore condiviso. Significa rispetto per le persone, responsabilità verso chi ogni giorno mette energia e competenza nell’azienda, coraggio di dire dei NO anche quando sono scomodi, perché sono necessari per tutelare tutti.
Questo articolo, “Fermarsi non è debolezza”, mi ha dato nuova forza per portare avanti questi valori, che sono anche i valori su cui si fonda il nostro modo di operare come azienda: trasparenza, onestà, rispetto delle regole, crescita comune.
Per questo, dico grazie a Massimo Calderini e Fondazione HLS per averci ricordato quanto sia importante, anche nei momenti difficili, rimanere fedeli a ciò in cui crediamo: una cultura della sicurezza che mette davvero al centro le persone.
FERMARSI NON E’ DEBOLEZZA
In caso di incidente sul lavoro, il giornalista ha il compito di costruire una memoria collettiva per evidenziare i fallimenti sistemici. È necessario diffondere consapevolezza e trasformare la notizia in un’opportunità di apprendimento. Il giornalista ha il potere di influenzare il cambiamento e incoraggiare l’opinione pubblica, le aziende e le istituzioni ad agire, aumentando la consapevolezza dei costi, personali ed aziendali, derivanti dall’inazione.
Ogni incidente sul lavoro è il sintomo di un sistema profondamente malato; non accadono MAI per caso. Sebbene i titoli dei giornali spesso raccontino l’evento della perdita di una vita, raramente approfondiscono il contesto o la cultura sottostante. Dietro ogni morte ci sono abitudini radicate, silenzi, scorciatoie e pressioni immense. È un sistema che ha normalizzato il rischio, tollerato le irregolarità. Guardare oltre le dinamiche immediate di un incidente significa porsi una domanda cruciale: perché il lavoratore ha accettato il rischio?
I lavoratori spesso accettano il rischio per abitudine, per routine – “Abbiamo sempre fatto così.” Oppure perché parlare di sicurezza può essere percepito come debolezza o scocciatura: “Non voglio essere quello che si lamenta, che dà fastidio.” Oppure perché non c’è tempo e fermarsi per montare una protezione, chiedere aiuto, aspettare una macchina porterebbe ritardi nel lavoro. E poi quando accade un incidente, gli errori sono spesso visti come responsabilità individuale, nascondendo come il sistema stesso possa aver reso quell’errore inevitabile.
Lo stesso vale per i datori di lavoro. Anche se un imprenditore non lo dice, il rischio è spesso messo in conto. Accettano il rischio perché: “Se rispetto tutte le regole, non consegno più niente.” La competitività spesso premia la velocità, non gli investimenti in sicurezza. La sicurezza può sembrare un ostacolo ai risultati. “Abbiamo sempre fatto così.” Anche per gli imprenditori, il rischio si normalizza, diventando una parte invisibile del paesaggio. “Non succederà proprio a noi.” L’illusione dell’immunità è potente, finché non è troppo tardi. “Ci sono le procedure, siamo a posto.” La forma viene confusa con la sostanza: un DVR firmato, DPI forniti, cartelli appesi… ma la realtà sul campo è un’altra, e raramente verificata.
Insomma, è una cultura che spinge ad andare avanti sempre e comunque, che esalta la produttività, l’efficienza, il coraggio di non tirarsi indietro. Ma spesso, in questa corsa, dimentichiamo che anche fermarsi è un atto di responsabilità. Sia chi lavora che chi guida un’azienda si muove dentro questa stessa logica, in cui chiedere tempo per la sicurezza sembra quasi un ostacolo, un rallentamento. Eppure, proprio chi ha un ruolo di guida ha il dovere di dire basta, di riconoscere un rischio, di interrompere una procedura se non è sicura, di far fermare chi sta lavorando in condizioni pericolose.
Fermarsi, quando serve, non è debolezza. È ciò che distingue chi comanda da chi guida davvero. Perché nessuna scadenza, nessun margine, nessuna aspettativa del mercato vale quanto la vita delle persone. Se non puoi dire “no” quando la sicurezza è in gioco, se non hai la libertà — o il coraggio — di fermare un impianto, un appalto, una scelta sbagliata, allora quel ruolo, quella firma, quel titolo non valgono nulla.
O, forse, è semplicemente arrivato il momento di cambiare azienda. O mestiere.La vera leadership si misura nel momento in cui si decide di fermarsi. È lì che si rivela la civiltà, il rispetto, la dignità del lavoro.
Massimo Calderini, ingegnere, CEO UmbriaKineticsgià Datore di lavoro in AcciaiSpecialiTerni (ThyssenKrupp)
Fonte: https://fondlhs.org/fermarsi-non-e-debolezza/
